Ho scelto le parole

“Ho scelto le parole” della giornalista e scrittrice Alessandra Erriquez, è un viaggio in punta di piedi, senza la pretesa di dare risposte esaustive o preconfezionate, sul tema del dolore. L’Autrice ha intrapreso un viaggio molto particolare, incontrando l’esperienza del dolore  nelle vicende reali e concrete di alcune famiglie che, seppure con storie diverse e, in modi differenti, hanno dovuto far fronte alla sofferenza di un figlio. Di  qui la domanda di fondo del libro: “Cosa s’offre ad un figlio che soffre?” Le risposte per nulla scontate e fatte di vita vissuta, rendono lo scritto prezioso ed interessante. Abbiamo intervistato l’Autrice, in occasione della presentazione del suo libro, presso la biblioteca comunale di Largo Due Giugno. E’ possibile riascoltare l’intervista, andata in onda lo scorso sabato 7 luglio.

L’ultimo caffè della sera – Diego Galdino

Sabato 23 giugno, presso la libreria Mondadori di Bari, si è tenuta la presentazione del nuovo romanzo di Diego GaldinoL’ultimo caffè della sera”. L’Autore romano è considerato ormai il Nicholas Sparks italiano: i suoi romanzi d’amore dalla trama imprevedibile e avvincente sono editi tutti dalla Sperling e Kupfer e già hanno conquistato mezza Europa.

Uno scrittore prolifico che nasce come romanziere in seguito ad un esperienza piuttosto singolare: un viaggio bellissimo intrapreso per una donna speciale che avrebbe desiderato visitare i luoghi descritti in un romanzo di Rosamunde Pilcher “Ritorno a casa” ma essendo impossibilitata a compiere lunghi tragitti, fu lo stesso Galdino a farsi carico del suo desiderio e a realizzarlo, compiendo un viaggio avventuroso in Cornovaglia per fotografare le meravigliose scogliere descritte nel romanzo e mostrarle alla ragazza. Un’esperienza straordinaria che contribuì in modo determinante a far nascere il Diego Galdino scrittore e che riporterà nelle pagine di uno dei suoi romanzi.

Ne “L’ultimo caffè della sera”, sequel del suo romanzo d’esordio “Il primo caffè del mattino” invece, Galdino trasferisce tutte le vicende che vede scorrere sotto i suoi occhi, nel bar di Trastevere di cui è proprietario. Si tratta, infatti, di personaggi realmente esistenti e di storie di vita vissuta che forse, proprio perché   così legate alle vicende della quotidianità, portano il lettore ad indentificarsi immediatamente in ciascuno dei personaggi e a tuffarsi e   muoversi nella storia con disinvoltura, come se fosse la propria. Ma, accanto alla descrizione di questi momenti scorrevoli e ricchi di tinte vivaci, si alternano pagine di   poesia in cui la fa da padrona la vera e propria analisi profonda, puntuale e delicata dei sentimenti provati dal protagonista dei due romanzi che sembra accarezzare le corde del suo cuore con raffinata maestria, al punto da far arrivare la melodia dei suoi stati d’animo, chiara e cristallino fino al lettore, coinvolgendolo come se fosse il suo confidente di sempre e commovendolo.

E probabilmente a conquistare chi legge è anche la concezione dell’amore contenuta in questi romanzi ed esplicitata in modo particolare nell’ultimo, che, come ha affermato Galdino, durante l’incontro, è quella di un amore stabile, costante, eterno, frutto di un   lavoro su se stessi e sulla coppia che può apparire duro ma che alla fine ripaga enormemente chi è disposto ad investirvi su.

Perciò vale la pena riportare un breve cenno di questa idea così coraggiosa e controcorrente espressa con tutta la poesia di cui è capace la penna di Galdino, nelle ultime pagine de “L’ultimo caffè della sera” di cui riportiamo dei sintetici estratti: “Amare non è un obbligo, una condizione, un diritto o un dovere, amare è una scelta e io ho scelto te, ho scelto te dalla prima volta che ti ho vista, ho scelto te e ti sceglierò ogni giorno della mia vita […] Tu che sei l’unicità di qualcosa che capita una sola volta. Per questo il giorno che mi dimenticherò di te l’amore sulla Terra non esisterà più”.

Che altro si potrebbe aggiungere ad una simile definizione dell’amore? Sembra che ormai sia stato riassunto tutto in queste poche righe e invece, alla fine del nostro incontro in libreria, l’Autore ci sorprende annunciando il progetto di un nuovo romanzo che non tarderà ad arrivare e chissà quali altre sorprese ci riserverà e in quali nuovi luoghi della mente e dell’anima condurrà il lettore, ma per adesso ci godiamo la dolcezza e il tepore di questo ultimo caffè ..

 

Louise Andreas von Salomè: la donna che incantò il Novecento .

 

 

E’ quasi sempre una grande donna, una vera musa ispiratrice, a nascondersi spesso dietro grandi artisti ed intellettuali.

Louise Andreas e Nietzsche

E’ proprio il caso di Louise Andreas von Salomè: l’affascinante e coltissima intellettuale che incantò il Novecento e alla quale vennero attribuiti numerosi e inesistenti flirt, tra cui il “triangolo” (mai esistito) con Paul Reé e Nietzsche che, anzi, tenne ben al guinzaglio, chiarendo dal primo momento che l’unico modello d’amore al quale i due potevano aspirare nei suoi confronti, era quello purissimo intercorrente all’interno della Trinità cristiana. Ma tale era l’ammirazione sconfinata per Lou che, nonostante il venir meno del loro “sogno erotico”, entrambi accettarono, anche se non di buon grado, un rapporto basato esclusivamente su un sodalizio intellettuale che Louise ebbe soprattutto con Nietzsche, talmente innamorato di lei da chiederla in moglie per ben due volte, incassando, per tutta risposta, un doppio due di picche che il teorizzatore del “superuomo” incassò con molta poca filosofia.

L’incontro fatale in San Pietro

I due si incontrarono per la prima volta, tramite un’amica comune, nella basilica di San Pietro, inutile dire che Nietzsche ne rimase immediatamente colpito, tanto da esclamare, andandole incontro e citando Goethe: “Cadendo da quali stelle siamo stati spinti qui l’uno verso l’altro?”. Ma lei, cogliendone al volo le intenzioni, rispose prosaicamente: “Quanto a me vengo da Pietroburgo”. Eppure, nonostante le premesse, il sodalizio intellettuale che nacque tra i due fu molto intenso e prolifico: l’affascinante russa gli ispirò la “Gaia scienza” e “Così parlò Zarathustra”. Per alcuni periodi Lou si trasferiva a casa di Nietzsche, subendo i terribili dispetti della sua invadente sorella, per discorrere, tutti i giorni, per 10 ore di fila, di filosofia e del sistema di pensiero che Nietzsche voleva creare.  Fu proprio la sua adorata amica a leggere dietro l’apparente ribellione anticristiana del Filosofo, una ricerca di Dio, di cui lo rese consapevole, sebbene manifestata e attuata in modo del tutto singolare, di quel “Dio che sta ben nascosto” al quale Nietzsche dedicò (pochi lo sanno!) laceranti preghiere, chiedendogli di manifestarsi.

Lou e Rilke: le “anime affini”

Ma l’unica vera relazione che segnò la vita della talentuosa Louise, fu quella con il poeta Rilke che arrivò a parlare di “intimità spirituale” e di “straordinarie affinità elettive” riguardo il loro rapporto che, all’epoca, fece scandalo per la differenza di età che intercorreva tra i due (lei aveva 10 anni più di lui). Alla sua amata, che gli ispirò “Elegie duinesi” dedicò versi in cui sottolinea che le anime affini passano, insieme, attraverso tutte le tempeste.

Eccone un esempio: “Che due esseri umani si riconoscano l’un l’altro, non è soltanto splendido; ma è della più grande importanza che si incontrino nel momento giusto e che insieme celebrino feste profonde e silenziose in cui crescere uniti nel desiderio per essere uniti contro le tempeste […] prima che due siano infelici assieme, devono insieme essere stati beati e avere un comune santo ricordo, che custodisca un uguale sorriso sulle loro labbra e un’uguale nostalgia nelle loro anime. Diventano allora come fanciulli che abbiano goduto insieme una festa di Natale; quando trovano alcuni minuti di respiro nei lunghi, pallidi giorni, si siedono assieme e si raccontano con guance infuocate della notte splendente di luci e odora di abete…Esseri come questi passano attraverso tutte le tempeste”.  Un rapporto così importante che terminò solo con la morte prematura di Rilke

Insomma, Louise Andreas von Salomè, fu una donna capace di intessere rapporti profondi e proficui sotto ogni aspetto, pur dovendo subire, per buona parte della sua vita, l’ingiusta etichetta di “mangiauomini” forse perché quella sua sete di conoscenza, l’assidua frequentazione dei salotti letterari dell’epoca, la fitta corrispondenza epistolare che ebbe con molti degli intellettuali più importanti del Novecento, la resero troppo dissimile dal modello di donna diffuso in quegli anni. E’ a questa donna straordinaria e a quello che veramente fu e che emerge in modo veritiero dai suoi fitti carteggi, più che dai pettegolezzi morbosi dell’epoca, che abbiamo voluto rendere omaggio e giustizia raccontandone, anche se brevemente, gesta e virtù.

 

Si è spento Stephen Hawking, lo scrutatore dell’universo

Si è spento, a Cambridge, il genio dell’astrofisicaStephen Hawking, all’età di settantasei anni, le cui intuizioni brillanti sulla struttura dello spazio hanno letteralmente modellato la cosmologia contemporanea.

 La terribile malattia e la brillante carriera

Nonostante l’atrofia muscolare progressiva che lo ha costretto sulla sedia a rotelle per molti anni, Hawking è diventato una stella nel firmamento della scienza, grazie alle sue straordinarie intuizioni sui buchi neri, sull’origine dell’#universo e sulla struttura dello spazio e del tempo.

Ha occupato per 30 anni la cattedra di matematica all’ Università di Cambridge ( la stessa che fu di Isaac Newton).

Nel 1985 perse l’uso delle corde vocali, dopo essersi sottoposto ad una tracheotomia in seguito ad una grave polmonite.

Nonostante ciò non si arrese e, nel 2012, si sottopose, come cavia, ad una sperimentazione portata avanti dall’università di Stanford per la messa a punto di uno scanner cerebrale che consentiva di tradurre in parole l’attività elettrice del cervello e che divenne il suo principale strumento di comunicazione.

La vita è sempre degna di essere vissuta

Oltre che un grande scienziato, Hawking, é stato una persona dalla straordinaria forza di volontà che ha più volte ribadito la bellezza della vita in modo incondizionato e il cui lato umano e passionale é stato messo in risalto grazie al film biografico “La teoria del tutto” da cui emerge il ruolo fondamentale che la sua prima moglie, Jane Wild, ebbe nell’aiutarlo a superare le enormi difficoltà derivanti dalla sua grave malattia, rimanendogli accanto nei momenti più difficili.

 Con il sostegno delle persone più care non perse mai la voglia di vivere, al punto che, durante un incontro pubblico, pronunciò la frase: “Finché c’è vita, c’è speranza” e, nonostante abbia più volte affermato l’inconciliabilità tra scienza e fede, dichiarò in diverse occasioni che sarebbe meglio per la scienza e sicuramente più affascinante, che non si arrivi a scoprire l’origine dell’universo, lasciando tale importante questione avvolta nel mistero.

Guardate le stelle, non i vostri piedi

L’invito alla speranza e alla perseveranza, testimoniata dalla sua stessa esistenza, è racchiusa nel messaggio che amava ripetere e con cui vogliamo ricordarlo: “Ricordatevi di guardare le stelle e non i vostri piedi. Per quanto difficile possa essere la vita, c’è sempre qualcosa che é possibile fare e in cui è possibile riuscire”

101 storie di PNL

La forza comunicativa delle storie può produrre in noi un cambiamento? Questa è la sfida ardua raccolta brillantemente nell’agile testo 101 storie di PNL di Pasquale Adamo, Responsabile Didattico della Scuola di Master Coach Italia ( http://mastercoachitalia.com/) e mediatore familiare.

La PNL (Programmazione Neuro-linguistica) è una metodologia basata sul principio che ogni comportamento derivi da una precisa struttura di pensiero che può essere modificata e indirizzata in modo tale da raggiungere risultati ritenuti impossibili in passato, attraverso la forza di volontà e una serie di tecniche e abilità che questa metodologia offre per lavorare su di sé, aumentare l’autostima, raggiungere i propri obiettivi. Si passa da tecniche di comunicazione a tecniche di crescita e di sviluppo attraverso il corretto uso del linguaggio. E’ proprio il linguaggio, la parola, la protagonista di questa interessante raccolta di storie, non storie “qualsiasi” ma veicolanti un significato profondo e che ci portano a riflettere sul loro significato vero e ad individuare, chiamandole per nome, le emozioni che ci trasmettono e che spesso connotano la nostra esperienza, attraverso la preziosissima “arte” dello “storytelling”.

Cos’è lo storytelling

Lo storytelling è uno strumento importantissimo utilizzato nel campo del coaching, non consiste nel semplice raccontare storie, ma nel parlare attraverso i racconti.

I racconti utilizzati in questo ambito, sono la rappresentazione di un fatto o di un evento in un tempo indefinito in cui l’accento è posto sui protagonisti, sulle loro lotte, i loro obiettivi, le loro motivazioni, che costituiscono il significato stesso della storia. Lo storytelling, quindi, mostra al lettore o all’ascoltatore, attraverso l’insegnamento sotteso a ciascun racconto, il modo in cui si è costruita la propria vicenda personale, portandolo a riflettere sulla maniera più efficace in cui orientare la propria vita e le proprie scelte, rispetto ai propri bisogni di sviluppo personale e lavorativo.

I racconti e la felicità

In questo modo si comprende a pieno l’importanza delle brevi storie contenute in questa agile raccolta, che sembrano appartenere a mondi indefiniti perché riguardano un universo diverso da quello fisico: il nostro mondo interiore che, seppure immateriale, ha un potere straordinario nel determinare le nostre azioni più tangibili, insegnandoci come il vero ascolto di sé e degli altri, il desiderio e la volontà di cambiamento possano arrivare a determinare la nostra vita. Questo libro ha il merito di mostrarci, insomma, attraverso lo storytelling, come un elemento così immateriale come l’ intelligenza emotiva, sia capace di produrre in noi cambiamenti concreti e decisivi.

Ascolta qui la nostra intervista con Pasquale Adamo:

“I difensori dell’icona”

In questo saggio, il prof. Antonio Calisi, insegnante di Religione Cattolica, direttore del Messaggero italiano e maestro iconografo, descrive con grande attenzione alle fonti storiche, l’importante mobilitazione dei vescovi dell’Italia meridionale che promossero il sinodo ecumenico tenutosi a Nicea che condannò l’iconoclastia, mostrando la grande attenzione che nel Meridione vi era verso il culto delle icone e la difesa della fede cristiana, nel periodo della persecuzione iconoclasta, durante la quale, molti monaci iconofili della Chiesa di Costantinopoli, furono costretti a fuggire nelle regioni del Sud dell’Italia.

Per questo motivo venne promosso un concilio ecumenico da parte dei vescovi dell’Italia meridionale, con l’intento di ritrovare, in un frangente così decisivo, la piena unità con la Chiesa di Costantinopoli.

Lo stile scorrevole che caratterizza il testo, la descrizione analitica degli eventi e delle situazioni, i numerosi e puntuali riferimenti storici, rendono il lettore pienamente partecipe del clima e delle vicende che hanno animato un periodo importante della storia della Chiesa.

Un testo storico caratterizzato da un’ottima chiarezza espositiva grazie alla quale i fatti narrati sono sviscerati e presentati in modo vivido e diretto.

Ascolta l’intervista all’autore:

Manuela Antonacci

Il lavoro promesso- Francesco Occhetta

Il volume affronta il tema del cosiddetto lavoro 4.0 o “smart working” che è quello della quarta rivoluzione industriale: dopo la svolta segnata dalla macchina a vapore, nel mondo del lavoro, con cui ebbe inizio la rivoluzione industriale a cui seguì un’ulteriore rivoluzione, quella dell’elettricità e in seguito dell’impiego del petrolio come nuova fonte energetica, siamo ora nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Essa porta con sé opportunità ma anche una serie di interrogativi antropologici. Quali devono essere i diritti di questa nuova tipologia di lavoratori? In che modo il lavoro può contribuire al progresso materiale e spirituale della società? A questi importanti interrogativi si cerca di rispondere nel volume che ripercorre un cammino, non sempre semplice, nel complesso mondo del lavoro. Una delle questioni centrali è quella del rapporto uomo-macchina, piuttosto difficile e precario. L’uomo, infatti, potrebbe arrivare ad interagire con la macchina a tal punto da perdersi totalmente nel mondo virtuale da essa rappresentato e rinunciare al contatto con l’altro, in quanto incapace di disconnettersi dal dispositivo col quale lavora. Tant’è vero che esiste un disegno di legge specifico (approvato in via definitivo al Senato il 10 maggio 2017) che salvaguarda chi è impegnato in questo tipo di lavoro garantendo il diritto “alla disconnessione”. In questo modo si evita anche che le nuove tecnologie sostituiscano completamente, nella nostra società, la cultura e l’immenso valore che essa reca con sé e che di per sé costituisce e deve costituire una fonte di ricchezza. Infatti, uno degli “interrogativi antropologici” più interessanti che Occhetta si pone nel volume è il perché un’azienda come Apple valga più della Grecia e quale tipo di mondo rischiamo di costruire se il valore di un’azienda occidentale è superiore a quella del Paese dove l’Occidente è nato. Richiamando le importanti riflessioni di Papa Francesco, sul tema e contenute in “Evangelii Gaudium” viene infatti sottolineato come la crisi finanziaria sia una conseguenza della crisi morale e antropologica: le riforme finanziarie e lavorative devono partire dal primato dell’essere umano e dalla valorizzazione dell’essere umano in quanto tale e dall’etica perché l’economia e il lavoro siano per l’uomo e non viceversa. Proprio per questo, Occhetta, sottolinea l’importanza del Terzo Settore, quello del no profit: associazionismo, cooperazione sociale ecc. che è uno dei settori più in crescita della nostra economia. Il suo successo sembra una dimostrazione pratica e diretta delle parole di Papa Francesco che riprendono quelle di Benedetto XVI che chiedeva di scommettere su un’idea umana di economia aprendo il mercato ad associazioni senza fini di lucro che tuttavia non rinuncino a produrre valore economico.
Dal Terzo Settore, Occhetta, passa poi ad analizzare la crisi dei sindacati, il lavoro domestico, il rapporto lavoro-ambiente e l’occupazione giovanile. Questioni fondamentali che possono arrivare a modificare fortemente il tessuto sociale e ambientale e su cui anche la Chiesa si va interrogando come, per esempio, nella Settimana sociale di Cagliari (dal 26 al 29 ottobre) in cui affronta nello specifico il tema del lavoro.
Un libro che è una ventata di speranza, in quanto mostra una Chiesa che cammina accanto al suo popolo condividendone i problemi concreti, soprattutto quello della disoccupazione che viene analizzato in modo puntuale e minuzioso, non semplicemente tecnicistico ma puntando sulla questione etica fondamentale, alla base di esso: il valore assoluto della persona. La società viene generata da gente in carne ed ossa e dai gruppi che esercitano i diritti fondamentali della persona tra cui rientra anche la libertà di intrapresa economica e sociale (si veda l’esempio, citato nel libro, del “Mulino di Gragnano” uno dei pastifici migliori del Paese su cui hanno investito parroco, viceparroco e giovani parrocchiani per combattere concretamente la piaga della disoccupazione).
Interessante ed importante la visione del lavoro che viene presentata e più volte sottolineata, parafrasando una celebre frase evangelica, potremmo dire con Occhetta, che il lavoro è fatto per l’uomo e non l’uomo per il lavoro.
Una disamina interessante, quella presente in questo volume, puntuale e chiara che mostra come, anche in questo campo, la dottrina sociale della Chiesa, più necessaria che mai in una realtà in costante evoluzione e piena di opportunità e di sfide, possa essere un punto di riferimento importante per dare vita a buone pratiche nel campo del lavoro e a favore della società italiana.

Manuela Antonacci

“Oltre i cento passi” Giovanni Impastato

La presentazione del libro su Peppino Impastato, “Oltre i cento passi”, scritto da suo fratello Giovanni e svoltasi ieri, presso la libreria Laterza, ha incantato il folto pubblico accorso ad ascoltarlo. Ti avvicini alla storia di Peppino Impastato trucidato dalla mafia il 9 maggio a Cinisi, a causa del suo intenso impegno contro la criminalità organizzata (nel 1976 fonda Radio Aut con cui denuncia i crimini e gli affari dei mafiosi, in primo luogo del capomafia Tano Badalamenti e l’omertà dei cittadini di Cinisi) avendo principalmente in mente il famoso film tratto dalle sue eroiche vicende personali “I cento passi” ma poi ti ritrovi, grazie al dettagliato e appassionato resoconto di Giovanni Impastato, al centro di vicende familiari, politiche e sociali che vanno ben oltre l’interpretazione cinematografica seppure realistica e tendenzialmente aderente ai fatti.
L’intento del libro è, infatti, come afferma Giovanni Impastato, proprio quello di andare “oltre” il Peppino “personaggio”, protagonista di un film e di percepirne ancora “la presenza in azione” facendo per la prima volta, dopo la sua morte, il punto della situazione delle mafie e delle antimafie in Italia, dall’ importante osservatorio di Casa Memoria che testimonia l’impegno di Peppino contro la criminalità organizzata e del Centro Impastato, da quarant’anni in prima linea nella lotta contro la mafia e spesso meta di visite didattiche.
Ma quello che non ti aspetti è di rimanere per due ore stupita e rapita dalla forza profetica di un testimone, umile, vero, che dipinge con poche ma significative pennellate la figura di sua madre Felicia la cui fede incrollabile e virile la porta non solo a superare un lutto così atroce, non solo a perdonare l’assassino di suo figlio ma a rinunciare anche al dono delle lacrime per avere ancora intatta la forza di portare avanti la battaglia contro una realtà così tremenda che vedeva coinvolte anche alcune persone della sua famiglia. E scopri che Peppino Impastato credeva sì nella lotta politica, ma non come fine, come mezzo, non limitandosi ad abbracciare in modo cieco un’ideologia ma servendosene come strumento per raggiungere un’ideale più grande, per il quale è stato consapevolmente disposto a rimetterci la vita. E’ in questo sacrificio che ogni ombra ideologica si dissolve per lasciare il posto alla sincera ricerca della Verità. Spirito di sacrificio che mi ricorda tremendamente le ultime parole di Alexander Schmorell (La Rosa Bianca) poco prima di morire ghigliottinato, per il suo impegno antinazista, che fanno vibrare l’anima per il loro riflesso di Infinito: “Perché ora sono convinto che la mia vita deve compiersi in quest’ora, per quanto sembri prematuro perché con il mio agire ho realizzato il compito della mia vita”.
È bello morire per ciò in cui si crede.

Manuela Antonacci

L’Arte di Dio. Sacri pensieri, profane idee

In un mondo in cui il nichilismo ha corroso ogni forma di pensiero e di conoscenza della realtà, anche la Bellezza è stata degradata a pura categoria estetica, assumendo un valore totalmente relativo (tanto che persino il trionfo del brutto e del non senso nell’arte, oggi è considerato una forma di “bellezza”) nonostante ciò, oggi, si ha ancora l’audacia di imbattersi in un’impresa coraggiosa come questa e cioè di tornare a parlare di arte con la “a” maiuscola, alla luce di una concezione della Bellezza come aspetto costitutivo, ontologico del reale, perciò oggettivo e comprensibile attraverso l’intelletto.
Questo è lo straordinario proposito sotteso a “L’arte di Dio. Sacri pensieri pensieri, profane idee”, a cura di Cristina Siccardi, edito da Cantagalli. Potremmo definirlo una sorta di simposio ideale tra intellettuali e artisti, sull’arte sacra (Sgarbi, Muti, Du Barry ecc.) che si confrontano su alcuni interrogativi di fondo: l’arte sacra è ancora in grado di avvicinare i fedeli a Dio? E’ concepibile un Dio senza la presenza del Bello? L’arte sacra ha ancora una funzione catechetica? Queste sono solo alcune delle domande a cui si cerca, per quanto possibile, considerata la vastità dell’argomento, di dare un’esaustiva risposta.
Richiamiamo, in questa sede solo alcuni dei preziosissimi contributi “d’autore” forniti su tale tematica: il filosofo Corrado Gnerre si scaglia contro una concezione “soggettivista” del bello affermando che il bello dev’essere riconosciuto come tale, per questo l’astrazione non può rientrare in tale categoria perché non ha alcuna corrispondenza con i canoni con cui conosciamo la realtà e non può essere riconosciuto, quindi una semplice pennellata fatta a casaccio sulla tela, non si può considerare arte perché non è “riconoscibile”, decodificabile. Dunque l’arte deve recare in sé un messaggio oggettivo, chiaro, da cui deriva direttamente la sua “comunicabilità”, tanto più l’arte sacra.
Sulla stessa linea d’onda si muove il pittore Giovanni Gasparro, soprannominato dal critico Camillo Langone “Il principe dei Papi” per la costante presenza del sacro nelle sue stupefacenti opere. Gasparro afferma che l’arte sacra è uno strumento di ausilio alla liturgia e alla devozione e dev’essere sempre aderente alle Scritture e al dogma perché il compito dell’artista è quello di lasciarsi guidare da Dio ponendolo al centro della sua ispirazione, ciò che, afferma, manca a molte archistar contemporanee che producono edifici di culto di difficile interpretazione. Nel concetto attuale di bellezza, secondo l’Artista, viene a mancare, infatti, l’afflato trascendente che costituisce un tutt’uno con il suo valore ontologico. Dunque l’arte deprivata del suo slancio trascendente, perde anche quella tensione razionale verso un Tu capace di plasmarla e darle significato.
La ricchezza dei contributi offerti in questo libro che potremmo definire un vero e proprio “manuale di arte sacra” e il linguaggio scorrevole con cui tematiche così importanti vengono affrontate, rendono l’opera assai appetibile e fruibile anche per i “non addetti ai lavori”. Una lettura piacevole e insolita che raramente si ha modo di affrontare, spesso, persino nei manuali di storia dell’arte più conosciuti, ulteriore nota di pregio del volume.