Il lavoro promesso- Francesco Occhetta

Il volume affronta il tema del cosiddetto lavoro 4.0 o “smart working” che è quello della quarta rivoluzione industriale: dopo la svolta segnata dalla macchina a vapore, nel mondo del lavoro, con cui ebbe inizio la rivoluzione industriale a cui seguì un’ulteriore rivoluzione, quella dell’elettricità e in seguito dell’impiego del petrolio come nuova fonte energetica, siamo ora nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Essa porta con sé opportunità ma anche una serie di interrogativi antropologici. Quali devono essere i diritti di questa nuova tipologia di lavoratori? In che modo il lavoro può contribuire al progresso materiale e spirituale della società? A questi importanti interrogativi si cerca di rispondere nel volume che ripercorre un cammino, non sempre semplice, nel complesso mondo del lavoro. Una delle questioni centrali è quella del rapporto uomo-macchina, piuttosto difficile e precario. L’uomo, infatti, potrebbe arrivare ad interagire con la macchina a tal punto da perdersi totalmente nel mondo virtuale da essa rappresentato e rinunciare al contatto con l’altro, in quanto incapace di disconnettersi dal dispositivo col quale lavora. Tant’è vero che esiste un disegno di legge specifico (approvato in via definitivo al Senato il 10 maggio 2017) che salvaguarda chi è impegnato in questo tipo di lavoro garantendo il diritto “alla disconnessione”. In questo modo si evita anche che le nuove tecnologie sostituiscano completamente, nella nostra società, la cultura e l’immenso valore che essa reca con sé e che di per sé costituisce e deve costituire una fonte di ricchezza. Infatti, uno degli “interrogativi antropologici” più interessanti che Occhetta si pone nel volume è il perché un’azienda come Apple valga più della Grecia e quale tipo di mondo rischiamo di costruire se il valore di un’azienda occidentale è superiore a quella del Paese dove l’Occidente è nato. Richiamando le importanti riflessioni di Papa Francesco, sul tema e contenute in “Evangelii Gaudium” viene infatti sottolineato come la crisi finanziaria sia una conseguenza della crisi morale e antropologica: le riforme finanziarie e lavorative devono partire dal primato dell’essere umano e dalla valorizzazione dell’essere umano in quanto tale e dall’etica perché l’economia e il lavoro siano per l’uomo e non viceversa. Proprio per questo, Occhetta, sottolinea l’importanza del Terzo Settore, quello del no profit: associazionismo, cooperazione sociale ecc. che è uno dei settori più in crescita della nostra economia. Il suo successo sembra una dimostrazione pratica e diretta delle parole di Papa Francesco che riprendono quelle di Benedetto XVI che chiedeva di scommettere su un’idea umana di economia aprendo il mercato ad associazioni senza fini di lucro che tuttavia non rinuncino a produrre valore economico.
Dal Terzo Settore, Occhetta, passa poi ad analizzare la crisi dei sindacati, il lavoro domestico, il rapporto lavoro-ambiente e l’occupazione giovanile. Questioni fondamentali che possono arrivare a modificare fortemente il tessuto sociale e ambientale e su cui anche la Chiesa si va interrogando come, per esempio, nella Settimana sociale di Cagliari (dal 26 al 29 ottobre) in cui affronta nello specifico il tema del lavoro.
Un libro che è una ventata di speranza, in quanto mostra una Chiesa che cammina accanto al suo popolo condividendone i problemi concreti, soprattutto quello della disoccupazione che viene analizzato in modo puntuale e minuzioso, non semplicemente tecnicistico ma puntando sulla questione etica fondamentale, alla base di esso: il valore assoluto della persona. La società viene generata da gente in carne ed ossa e dai gruppi che esercitano i diritti fondamentali della persona tra cui rientra anche la libertà di intrapresa economica e sociale (si veda l’esempio, citato nel libro, del “Mulino di Gragnano” uno dei pastifici migliori del Paese su cui hanno investito parroco, viceparroco e giovani parrocchiani per combattere concretamente la piaga della disoccupazione).
Interessante ed importante la visione del lavoro che viene presentata e più volte sottolineata, parafrasando una celebre frase evangelica, potremmo dire con Occhetta, che il lavoro è fatto per l’uomo e non l’uomo per il lavoro.
Una disamina interessante, quella presente in questo volume, puntuale e chiara che mostra come, anche in questo campo, la dottrina sociale della Chiesa, più necessaria che mai in una realtà in costante evoluzione e piena di opportunità e di sfide, possa essere un punto di riferimento importante per dare vita a buone pratiche nel campo del lavoro e a favore della società italiana.

Manuela Antonacci

“Oltre i cento passi” Giovanni Impastato

La presentazione del libro su Peppino Impastato, “Oltre i cento passi”, scritto da suo fratello Giovanni e svoltasi ieri, presso la libreria Laterza, ha incantato il folto pubblico accorso ad ascoltarlo. Ti avvicini alla storia di Peppino Impastato trucidato dalla mafia il 9 maggio a Cinisi, a causa del suo intenso impegno contro la criminalità organizzata (nel 1976 fonda Radio Aut con cui denuncia i crimini e gli affari dei mafiosi, in primo luogo del capomafia Tano Badalamenti e l’omertà dei cittadini di Cinisi) avendo principalmente in mente il famoso film tratto dalle sue eroiche vicende personali “I cento passi” ma poi ti ritrovi, grazie al dettagliato e appassionato resoconto di Giovanni Impastato, al centro di vicende familiari, politiche e sociali che vanno ben oltre l’interpretazione cinematografica seppure realistica e tendenzialmente aderente ai fatti.
L’intento del libro è, infatti, come afferma Giovanni Impastato, proprio quello di andare “oltre” il Peppino “personaggio”, protagonista di un film e di percepirne ancora “la presenza in azione” facendo per la prima volta, dopo la sua morte, il punto della situazione delle mafie e delle antimafie in Italia, dall’ importante osservatorio di Casa Memoria che testimonia l’impegno di Peppino contro la criminalità organizzata e del Centro Impastato, da quarant’anni in prima linea nella lotta contro la mafia e spesso meta di visite didattiche.
Ma quello che non ti aspetti è di rimanere per due ore stupita e rapita dalla forza profetica di un testimone, umile, vero, che dipinge con poche ma significative pennellate la figura di sua madre Felicia la cui fede incrollabile e virile la porta non solo a superare un lutto così atroce, non solo a perdonare l’assassino di suo figlio ma a rinunciare anche al dono delle lacrime per avere ancora intatta la forza di portare avanti la battaglia contro una realtà così tremenda che vedeva coinvolte anche alcune persone della sua famiglia. E scopri che Peppino Impastato credeva sì nella lotta politica, ma non come fine, come mezzo, non limitandosi ad abbracciare in modo cieco un’ideologia ma servendosene come strumento per raggiungere un’ideale più grande, per il quale è stato consapevolmente disposto a rimetterci la vita. E’ in questo sacrificio che ogni ombra ideologica si dissolve per lasciare il posto alla sincera ricerca della Verità. Spirito di sacrificio che mi ricorda tremendamente le ultime parole di Alexander Schmorell (La Rosa Bianca) poco prima di morire ghigliottinato, per il suo impegno antinazista, che fanno vibrare l’anima per il loro riflesso di Infinito: “Perché ora sono convinto che la mia vita deve compiersi in quest’ora, per quanto sembri prematuro perché con il mio agire ho realizzato il compito della mia vita”.
È bello morire per ciò in cui si crede.

Manuela Antonacci

L’Arte di Dio. Sacri pensieri, profane idee

In un mondo in cui il nichilismo ha corroso ogni forma di pensiero e di conoscenza della realtà, anche la Bellezza è stata degradata a pura categoria estetica, assumendo un valore totalmente relativo (tanto che persino il trionfo del brutto e del non senso nell’arte, oggi è considerato una forma di “bellezza”) nonostante ciò, oggi, si ha ancora l’audacia di imbattersi in un’impresa coraggiosa come questa e cioè di tornare a parlare di arte con la “a” maiuscola, alla luce di una concezione della Bellezza come aspetto costitutivo, ontologico del reale, perciò oggettivo e comprensibile attraverso l’intelletto.
Questo è lo straordinario proposito sotteso a “L’arte di Dio. Sacri pensieri pensieri, profane idee”, a cura di Cristina Siccardi, edito da Cantagalli. Potremmo definirlo una sorta di simposio ideale tra intellettuali e artisti, sull’arte sacra (Sgarbi, Muti, Du Barry ecc.) che si confrontano su alcuni interrogativi di fondo: l’arte sacra è ancora in grado di avvicinare i fedeli a Dio? E’ concepibile un Dio senza la presenza del Bello? L’arte sacra ha ancora una funzione catechetica? Queste sono solo alcune delle domande a cui si cerca, per quanto possibile, considerata la vastità dell’argomento, di dare un’esaustiva risposta.
Richiamiamo, in questa sede solo alcuni dei preziosissimi contributi “d’autore” forniti su tale tematica: il filosofo Corrado Gnerre si scaglia contro una concezione “soggettivista” del bello affermando che il bello dev’essere riconosciuto come tale, per questo l’astrazione non può rientrare in tale categoria perché non ha alcuna corrispondenza con i canoni con cui conosciamo la realtà e non può essere riconosciuto, quindi una semplice pennellata fatta a casaccio sulla tela, non si può considerare arte perché non è “riconoscibile”, decodificabile. Dunque l’arte deve recare in sé un messaggio oggettivo, chiaro, da cui deriva direttamente la sua “comunicabilità”, tanto più l’arte sacra.
Sulla stessa linea d’onda si muove il pittore Giovanni Gasparro, soprannominato dal critico Camillo Langone “Il principe dei Papi” per la costante presenza del sacro nelle sue stupefacenti opere. Gasparro afferma che l’arte sacra è uno strumento di ausilio alla liturgia e alla devozione e dev’essere sempre aderente alle Scritture e al dogma perché il compito dell’artista è quello di lasciarsi guidare da Dio ponendolo al centro della sua ispirazione, ciò che, afferma, manca a molte archistar contemporanee che producono edifici di culto di difficile interpretazione. Nel concetto attuale di bellezza, secondo l’Artista, viene a mancare, infatti, l’afflato trascendente che costituisce un tutt’uno con il suo valore ontologico. Dunque l’arte deprivata del suo slancio trascendente, perde anche quella tensione razionale verso un Tu capace di plasmarla e darle significato.
La ricchezza dei contributi offerti in questo libro che potremmo definire un vero e proprio “manuale di arte sacra” e il linguaggio scorrevole con cui tematiche così importanti vengono affrontate, rendono l’opera assai appetibile e fruibile anche per i “non addetti ai lavori”. Una lettura piacevole e insolita che raramente si ha modo di affrontare, spesso, persino nei manuali di storia dell’arte più conosciuti, ulteriore nota di pregio del volume.

Prof. Alessandro D’Avenia

“Ogni storia è una storia d’amore” è innanzitutto un canto d’amore dedicato alla donna e alla sua capacità di generare Vita con il suo grembo ed il suo spirito.
Con uno stile ipnotico e coinvolgente, Alessandro D’Avenia ci trascina nel cuore di una serie di importanti vicende amorose che hanno riguardato 36 fidanzate, mogli, compagne, amanti di artisti famosi che hanno vissuto la loro storia, in contrapposizione o alleate con quella Musa che ha reso grandi questi scrittori, musicisti, pittori e quant’altro.
Come un quadro dalle mille sfumature, l’Autore compone una serie di ritratti sempre nuovi e diversi dei protagonisti di queste storie, con pennellate assai vivide e suggestive ed una capacità introspettiva tale da farci cogliere il nocciolo di ogni storia d’amore, la sua natura, la sua funzione e da farci intuire, fin dalle prime righe, l’esito finale di ognuna di esse.
Le protagoniste assolute sono, tuttavia, le donne attraverso le quali prende forma, in modo assolutamente vario, il sentimento dell’amore. Ogni vicenda è inserita in un’unica grande cornice: il mito di Orfeo e Euridice, che viene presentato dall’Autore stesso, nell’incipit del romanzo, come l’archetipo di ogni storia d’amore. Questo filo conduttore viene utilizzato, all’inizio di ogni storia, per spiegare le varie fasi di una vicenda amorosa: dal preferire il proprio canto all’essere pronti a sacrificarsi per l’altro e, dunque, dall’amore narcisistico, vissuto come puro eros, all’amore oblativo, legato spesso ai piccoli gesti della quotidianità.
Questo mito, come un filo rosso (ripreso nella copertina del libro creata dalla sorella dello scrittore, Marta D’Avenia) lega ogni storia, generando una sorta di grande “ragnatela narrativa”.
Le donne così diverse che ritroviamo nel romanzo, i cui profili psicologici sono mirabilmente tratteggiati dall’Autore, sono tuttavia accomunate da un elemento importante: aver avuto tutte, per compagni, grandi artisti e l’aver giocato, quindi, un ruolo essenziale (in positivo o in negativo) nella loro stessa ispirazione artistica. In alcuni casi, infatti, sono presentate come specchi dell’inquietudine tormentosa (esistenziale ed “estetica”) dei loro compagni fino a giungere, quasi per riflesso, all’autodistruzione, in altri casi sono assistenti capaci e devote, in altri ancora, veri e propri parafulmini viventi capaci di contrastare e dileguare i demoni interiori dei loro amati compagni di vita.
Ciò che le differenzia è, dunque, il loro rapporto con la “Musa”, con cui a volte arrivano a contendersi l’attenzione del loro amato, quasi come un’amante all’interno del rapporto di coppia. In altri casi, al contrario, esse si identificano con la Musa stessa, la incarnano perfettamente e arrivano a farsi muovere da essa, componendo opere “a quattro mani”, in perfetta e piena sinergia con il proprio talentuoso amato.
Si può essere in sintonia o in disaccordo con la visione dell’amore presentata in questo avvincente “romanzo a racconti” ma una cosa è certa: Alessandro D’Avenia incanta e trascina anche il lettore più scettico tra una pagina e l’altra, mostrando una visione del sentimento più conosciuto, usato e abusato, mai banale, anzi, sorprendente, trasformando la sua opera in un vero e proprio “esperimento letterario” incredibilmente riuscito e nuovo.

Ascolta la nostra intervista al prof.D’Avenia:

Frida Kahlo nelle fotografie di Leo Matiz

Il Museo Civico di Bari ospita, per la prima volta nell’Italia meridionale, 50 fotografie originali del noto fotografo colombiano Leo Matiz, grande amico di Frida Kahlo che ritrae serena e sorridente negli scatti realizzati nella Casa Azul di Coyacon, vecchio quartiere di Città del Messico in cui visse insieme al marito Diego Rivera.
La mostra arriva grazie a Magda, nata a Bari: si tratta della giovane donna fotografata per caso da Matiz in una strada di Caracas e la cui celebre gigantografia campeggia al piano terra del Museo, acquistata in seguito dal MoMa di New York e diventata famosa come simbolo di amabilità nei rapporti umani. Magda dopo molti anni, torna in Italia e, a causa del suo lavoro di restauratrice, conosce Alejandra Matiz, figlia di Leo, con cui instaura un solido rapporto di amicizia e per puro caso scopre di essere stata ritratta dall’artista a sua insaputa.
Le foto, contenute nell’originale e ben curato percorso espositivo, ci restituiscono un’immagine di Frida intima e serena presentata da un punto di vista privilegiato: quello dell’amicizia che legò Frida Kahlo e Leo Matiz. La mostra resterà aperta fino al 15 gennaio, il lunedì, mercoledì e giovedì dalle 10 alle 18, venerdì e sabato fino alle 19, domenica fino alle 14 (martedì chiuso, info museocivicobari.it).

Ascoltare l’intervista al curatore della mostra Francesco Carofiglio: